Parigi, primi di giugno del 1945 – Pierre Jahan
Il fotografo Pierre Jahan annota l’appuntamento su un foglio di carta e chiude la telefonata.
Il conservatore in capo del Département de la Peinture al Museo del Louvre, René Huyghe, l’ha appena chiamato per comunicargli che le opere più importanti del museo, nascoste prima della guerra, stavano finalmente tornando “a casa”.
Se era interessato a fotografarle, doveva trovarsi alla Porte Denon del Louvre, in un certo giorno, a una certa ora.
Tutto era iniziato nell’agosto del 1939 quando, alle prime avvisaglie del secondo conflitto mondiale, il direttore dei Musées Nationaux di Francia, Jacques Jaujard, aveva deciso che le opere principali del grande museo dovevano essere nascoste lontano da Parigi, per preservarle sia dai bombardamenti sia da eventuali razzie da parte del nemico.
Per questo motivo Jaujard si era inventato la chiusura del Louvre per imprecisati lavori di sistemazione: in quei tre giorni studenti e lavoratori del museo avevano imballato in casse di legno le opere da salvare, contrassegnandole con cerchi colorati, dal giallo al verde, fino al rosso.
La cassa della Gioconda, imbottita con stoffa di velluto, aveva addirittura tre cerchi rossi: legata su una barella, era stata portata via in un’ambulanza.
Più complesso era risultato imballare la Nike di Samotracia a causa della sua altezza, quasi tre metri, al punto che era stata costruita una cassa particolare, con sostegni interni per evitare contraccolpi durante il viaggio.


Purtroppo, nonostante gli sforzi e nonostante l’impiego di centinaia di camion, con mille casse di oggetti d’arte e quasi trecento di dipinti preziosi trasportati fuori Parigi, molte altre opere d’arte furono lasciate al Louvre.
Anche se il catalogo si era ridotto fortemente, quello che era rimasto era pur sempre molto prezioso, al punto che i nuovi padroni della Francia iniziarono a programmare da subito il trasferimento delle opere residue in Germania, aggiungendovi quelle conservate in altri musei della città.
Non avevano però fatto i conti con l’astuzia di Rose Valland, funzionaria del Musée du Jeu de Paume, una sezione distaccata del Louvre, che gli occupanti utilizzavano come stoccaggio prima del trasferimento in Germania.
A loro insaputa, convinti che non capisse il tedesco, Rose annotava orari, trasferimenti, località di destinazione: tutte informazioni che poi passava alla Resistenza francese, per il successivo recupero.
Quelle del Louvre nascoste da Jaujard, invece, non vennero mai scoperte dai tedeschi, cosicché il loro ritorno al museo fu più semplice, anche se avvenne quasi un anno più tardi.
Così quel 17 giugno, giorno dell’appuntamento, Pierre Jahan è al Louvre e da subito comincia a fotografare le casse che entrano da Porte Denon per essere sistemate al loro posto.
All’interno vede operai che liberano l’imponente statua della Nike dall’ancora più imponente imballaggio; un lungo scivolo è stato posizionato sulla monumentale rampa dell’Escalier Daru, alla fine della quale la statua greca verrà sistemata al suo antico posto, pronta ad accogliere i nuovi visitatori.
Quasi tutte le pareti sono vuote, non ci sono quadri appesi, solo le loro cornici vuote appoggiate a terra, che aspettano di essere riempite con i loro quadri: così le aveva viste il 12 settembre del 1944 il capitano James Rorimer, della sezione Monuments, Fine Arts, and Archives (MFAA) dell’esercito americano, meglio conosciuta come Monuments Men.
Era arrivato a Parigi al seguito delle truppe alleate, sbarcate due mesi prima in Normandia, proprio per controllare la situazione delle opere d’arte nei musei, ma al Louvre aveva trovato le pareti delle gallerie spoglie dei quadri, nascosti cinque anni prima da Jaujard: al posto della Monna Lisa di Leonardo era rimasta solo una scritta sul muro, “La Joconde”, quasi a voler segnare lo spazio in attesa del ritorno.

E infatti la Gioconda è tornata un anno più tardi, immortalata da Pierre Jahan, che fotografa le delicate operazioni di apertura della cassa in cui era stata nascosta, per sei anni e in vari luoghi differenti, fino al castello di Montal, custodita sotto il letto del conservatore del Louvre: con attenzione, e con una certa emozione da parte dei presenti, viene tolto il coperchio di legno, poi il velluto che l’avvolge, fino a mostrarla nel suo splendore originario.
Poco distante, nella Grande Galerie, due facchini passano davanti a Jahan con una grande cornice vuota, inquadrando senza volerlo alcuni degli uomini delle pulizie: nell’occhio del fotografo sembrano quasi dei ballerini, un soggetto che sarebbe piaciuto agli impressionisti del secolo precedente.
Sempre nello stesso piano, sempre nell’ala Denon, è stato sistemato al suo vecchio posto il grande quadro di Eugène Delacroix, con la Marianna che guida il popolo francese contro gli oppressori: quasi a simboleggiare che la salvaguardia dell’arte a volte può significare anche riappropriarsi della propria libertà e della propria identità.
Il ritorno dei capolavori del Louvre, dopo essere stati nascosti per quasi sei anni, significa anche il ritorno alla normalità dopo l’occupazione nemica, e le foto di Paul Jahan non sono solo reportage, ma il racconto di questo ritorno tanto atteso: Parigi si sta risvegliando e con lei la cultura più alta della Francia intera.
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Questo racconto è stato ispirato da una fotografia, la cornice vuota con gli operai del Louvre, che mi ha spinto a volerne sapere di più su quello scatto e sul suo autore, Pierre Jahan (1909-2003).
La scelta di chiamare lui, a documentare il ritorno delle opere del Louvre, non era stata casuale: Jahan, infatti, oltre ad essere un fotografo, era pittore e illustratore. Inoltre aveva frequentato per un certo periodo anche il mondo dei surrealisti parigini, entrando in contatto, fra gli altri, col fotografo Man Ray.


Jahan dimostrò il suo forte interesse per la salvaguardia della cultura quando nel 1941, correndo il pericolo di essere arrestato, riuscì a entrare in un magazzino del XII arrondissement e fotografare numerose statue in bronzo, di minor interesse artistico, ammassate dagli occupanti in attesa di essere fuse per contribuire come metallo allo sforzo bellico della Germania: se non poteva salvarle dalla distruzione, almeno che ne rimanesse la memoria nelle sue fotografie.
Jean Cocteau fu talmente entusiasta di questa idea che nel 1946 raccolse le immagini in un libro dal titolo La Mort et les Statues, corredandole con un suo testo.
Coerente con le sue idee, nel 1949 entrò a far parte del Groupe des XV, fondato tre anni prima, che aveva la finalità di promuovere la fotografia come arte autonoma e proteggere il patrimonio fotografico francese; insieme a Jahan avevano aderito al gruppo anche Robert Doisneau, Willy Ronis e Sabine Weiss.
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