Edward Burtynsky è un fotografo canadese nato nel 1955 a St. Catharines, Ontario.
Durante gli anni Ottanta, ha iniziato a fotografare la trasformazione dei paesaggi causata dall’intervento umano e dall’industria contemporanea.
A differenza di molti fotografi che documentano la natura come spazio intatto o da preservare, più da paesaggio, Burtynsky ha fatto della ferita inflitta ai paesaggi il soggetto centrale della sua ricerca.
Non è un fotografo naturalista, né un ambientalista nel senso tradizionale.
Documenta infatti gli effetti visibili del consumo globale come un documentarista, senza far trasparire giudizio morale, ma invitando lo spettatore a confrontarsi direttamente con ciò che vede.
Le sue fotografie sono stampate su scala monumentale, utilizzando fotocamere di grande formato che catturano colori e dettagli magnifici, rivelando ogni aspetto di ciò che stiamo perdendo.
Dal decisivo al contemplato
Henri Cartier-Bresson definiva il momento fotografico come “il momento decisivo”, quell’istante fuggevole dove tutti gli elementi si allineano perfettamente, dove l’occhio del fotografo cattura il punto temporale perfetto nella composizione.
Burtynsky rovescia questa concezione della fotografia, basandosi su ciò che chiama “the contemplated moment“.
Invece che inseguire il momento decisivo, Burtynsky costruisce le sue fotografie attraverso una sorta di meditazione.
Utilizza fotocamere di grande formato che richiedono pazienza e un posizionamento attento, appunto contemplazione dello spazio prima dello scatto, come quella che portano avanti molti altri fotografi, tra i quali Alec Soth.
Tutto questo permette a Burtynsky di comprendere la complessità e la profondità di ciò che fotografa.
La natura trasformata dall’industria è un tema predominante nel mio lavoro. Mi propongo di confrontarmi con una visione contemporanea delle grandi epoche dell’umanità: dalla pietra ai minerali, dal petrolio ai trasporti, al silicio e così via. Per rendere visibili queste idee cerco soggetti ricchi di dettagli e di scala, ma aperti nel loro significato. I centri di riciclaggio, gli sterili delle miniere, le cave e le raffinerie sono tutti luoghi al di fuori della nostra esperienza normale, eppure ne fruiamo quotidianamente.

La scala del sublime
Le sue fotografie sono stampate molto grandi, soprattutto quando vengono esposte in musei e gallerie.
La scala crea un confronto diretta fra lo spettatore e l’immagine, un’immersione che mette lo spettatore davanti a quello che stiamo facendo.
Quando osserviamo una fotografia di una discarica di plastica, di una miniera a cielo aperto, di un impianto di riciclaggio dei rifiuti su scala monumentale, siamo circondati dall’immagine, invitati a entrare fisicamente dentro alla devastazione.
Vi ricordate il “sublime” dei Romantici inglesi?
Edward Burtynsky presenta, allo stesso modo, un sublime del consumo globale.
Il sublime tradizionale, come inteso dalla tradizione romantica, era legato alla natura selvaggia, alle montagne inaccessibili, agli spazi che sopravanzavano la capacità umana di comprensione.
Queste fotografie invece trasferiscono questa qualità di sublime verso i paesaggi trasformati dall’industria contemporanea.
Queste immagini vogliono essere metafore del dilemma della nostra esistenza moderna; cercano un dialogo tra attrazione e repulsione, seduzione e paura. Siamo attratti dal desiderio – la possibilità di una vita agiata — eppure siamo consapevoli, consciamente o inconsciamente, che il mondo sta soffrendo per il nostro successo. La nostra dipendenza dalla natura per l’approvvigionamento dei materiali destinati al nostro consumo e la nostra preoccupazione per la salute del pianeta ci pongono in una contraddizione inquietante. Per me, queste immagini fungono da specchi d’acqua che riflettono i nostri tempi.

Il reportage ambientalistico
I soggetti delle fotografie di Burtynsky sono comunque sempre legati al rapporto umano–paesaggio.
Fotografa cave minerarie in Cina, fabbriche di processamento del petrolio in Canada, discariche di rifiuti elettronici in India, piantagioni agricole in Brasile, oppure acciaierie dismesse in Pennsylvania.
Ogni serie rappresenta un’indagine approfondita su un particolare aspetto del consumo globale e della produzione industriale.
All’interno di ogni serie e progetto però, non c’è mai un racconto lineare.
Veniamo messi semplicemente davanti alle conseguenze del consumo, permettendo ad ognuno di trarre proprie conclusioni.
Le fotografie hanno una qualità quasi scientifica, documenti di un reportage visivo sull’effetto della globalizzazione.
Inoltre, quello che rende il lavoro di Burtynsky distintivo fra i fotografi ambientalisti è l’assenza di retorica.
Non invoca la pietà, non mostra creature sofferenti o paesaggi in fiamme.
La contemplazione come atto politico
Edward Burtynsky non è un fotografo che propone soluzioni né che mira al cambiamento immediato.
La sua pratica è diversa dalla fotografia di denuncia tradizionale.
Piuttosto, le sue fotografie funzionano come invito alla contemplazione di una realtà scomoda, quella della nostra complicità nel consumo globale.
Il “Contemplated Moment” non è semplicemente un istante atteso con pazienza, bensì una pratica etica, un modo di guardare il mondo che rifiuta la velocità e la distrazione per imporre una sosta, una meditazione su ciò che il nostro stile di vita ha generato.
In questo senso, la contemplazione stessa diviene un atto politico, una resistenza al consumo frenetico, al consumo di immagini che caratterizza la contemporaneità.
Per approfondire:
Hai mai assistito all’immensità dei progetti antropici? L’hai mai fotografata?






