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Una foto, una storia: British Vogue e le donne in guerra

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British Vogue_Lee Miller

Londra, 8 maggio 1945

Lo ha detto Churchill alla radio: la guerra è finita, dopo sei anni la guerra è finalmente terminata.

Mi ricordo come fosse ieri quando cinque anni fa ci aveva promesso «sangue, fatica, lacrime e sudore», tutti gli uomini erano stati mobilitati per la difesa dell’Inghilterra e i posti di lavoro, lasciati liberi da loro, rimpiazzati da noi donne.

Così sono stata assunta alla redazione della rivista British Vogue, o Brogue come la chiamiamo noi giornalisti; una redazione, neanche a dirlo, fatta quasi tutta da donne, a cominciare dalla nostra direttrice, Audrey Withers.

Con lei la rivista non si è mai fermata, per dimostrare che i tedeschi potevano anche cercare di distruggere fisicamente le nostre città, ma non sarebbero mai riusciti a sconfiggere l’orgoglio e la dignità di noi inglesi: per questo Brogue ha continuato a pubblicare i consigli di moda per le donne, così da essere sempre eleganti e ben vestite anche sotto le bombe della Luftwaffe.

Non è stato facile: in questi anni abbiamo dovuto lavorare nei rifugi antiaerei, con le maschere antigas pronte sulla scrivania, sfidando il coprifuoco per correre da una parte all’altra della città, e lottando contro il razionamento della carta, che scarseggiava sempre più.

A settembre del 1940 hanno bombardato anche i nostri uffici: la mattina dopo ci siamo messi al lavoro con paletta e ramazza per pulire tutto e far uscire la rivista con solo un giorno di ritardo.

In quel numero vennero pubblicate le foto di Lee Miller, la nostra fotografa americana, trasferita in Inghilterra per amore, che mostravano la nostra sede mezza distrutta dalle bombe, con le finestre dai vetri rotti, e lo studio fotografico sistemato giù in cantina.

Un’annotazione scritta a mano ricordava ai lettori: “Questa è Vogue, a dispetto di tutto”.

Come per dire ‘noi andiamo avanti’.

La moda è indistruttibile: il servizio fotografico tra le rovine di Londra

© Cecil Beaton 03

Mi ricordo quello che mi disse Audrey il mio primo giorno di lavoro, una frase che ripeteva sempre come un grido di battaglia: «Noi ci siamo. Le donne ci sono. Se pensate che la moda possa essere sconfitta così facilmente vi sbagliate di grosso. La moda, sappiatelo, è indistruttibile».

Avevo capito subito che, anche al chiuso della redazione, io e le altre avremmo contribuito alla guerra, ognuna nelle nostre capacità.

Forse è anche grazie a Cecil Beaton, che collabora ancora con noi e che è stato fotografo ufficiale del Ministero dell’informazione, che il governo inglese ha riconosciuto l’importanza della nostra rivista proprio perché doveva essere una guida per le lettrici, “soldati senza pistole”, e aiutarle a riorganizzare la propria vita in funzione della guerra.

In questi anni le donne non solo hanno portato avanti le loro famiglie, ma hanno lavorato nelle fabbriche, gestito radio e centralini, prestato servizio nella Croce Rossa, guidato le ambulanze in una Londra semidistrutta dai bombardamenti da parte della Luftwaffe, oppure indossato le maschere di protezione del servizio antincendio, come in quella bella foto di Lee.

Audrey aveva suggerito a Cecil di realizzare un servizio fotografico insieme a Lee, in cui le modelle si muovevano per le rovine di una Londra disastrata, vestendo eleganti e pratici abiti da giorno realizzati da Digby Morton, con tanto di cappellino frivolo in testa, nello stile “Utility wear”, lo stile sobrio regolamentato dal governo a causa del razionamento dei tessuti.

Un messaggio chiaro per superare le difficoltà di quei momenti terribili, le donne lavoravano per la guerra, vivevano nelle case bombardate, si privavano dell’introvabile superfluo, ma non perdevano la loro femminilità.

Da consigli di moda al fronte di Dachau: lo sguardo di Lee Miller

Vogue andava in questa direzione, consigliando come adattare i vecchi abiti alle nuove mode, suggerendo delle alternative a trucchi e cosmetici, e ricordando di non sprecare materiali riciclabili, anche in linea con le direttive del governo.

In alcune foto di Lee è ritratta una modella, sempre sobriamente ma elegantemente vestita, attenta a differenziare la carta dalle lattine e dagli stracci.

Lee, poi, in modo particolare, aveva fatto suo lo “spirito femminista” di Brogue, al punto che aveva chiesto e ottenuto da Audrey l’incarico di seguire per conto della rivista lo sbarco alleato in Normandia come fotografa accreditata presso l’esercito americano: la guerra vista attraverso gli occhi e la sensibilità di una donna.

Pochi giorni fa ci sono arrivati i rullini che Lee ha scattato nei campi di concentramento di Buchenwald e Dachau: insieme all’articolo da pubblicare c’era un biglietto d’accompagnamento che diceva «Credeteci, è tutto vero».

Non so come abbia fatto a scattare quelle foto in quei momenti terribili.

Ma per fortuna ora tutto è finito, la guerra è finita, e io devo ritornare al lavoro.

Il nuovo numero di British Vogue ci aspetta.

Una nuova vita ci aspetta.

* * *

© Lee Miller Archives - bombardamento 11-9-1940

Dietro il racconto: chi era davvero Lee Miller

Questo ‘racconto di fotografia’ mi è stato suggerito da una foto di Lee Miller (1907-1977), più conosciuta per lo scatto iconico che la ritrae nella vasca da bagno di Hitler (qui).

Della vita di questa eccezionale fotografa americana (1907-1977) conosciamo molto, dai suoi inizi come modella per Vogue, a musa ispiratrice di artisti parigini, in particolare Man Ray, con cui ebbe una lunga relazione e che le insegnò i primi rudimenti della fotografia, fino alla documentazione dell’Europa dalle truppe naziste, come fotoreporter al seguito delle truppe americane.

Meno sappiamo del suo periodo londinese, quando iniziò a lavorare per British Vogue, privilegiando come soggetto fotografico lo sforzo in guerra delle donne inglesi, in sostituzione degli uomini chiamati al fronte.

Suo è il servizio realizzato insieme a Cecil Beaton, in cui la modella d’eccezione è Elizabeth Cowell, la prima annunciatrice donna della BBC e volontaria come autista presso il Ministero dell’Aria inglese.

Lee Miller si era adeguata con entusiasmo alla linea editoriale della rivista, ossia dimostrare al nemico che, nonostante le distruzioni, la vita quotidiana dei londinesi continuava come sempre, anche se poi le donne avevano dovuto sostituire gli uomini al fronte.

Per tutte loro Brogue aveva sottolineato i cambiamenti necessari della moda femminile: chi lavorava in fabbrica o nella sussistenza militare avrebbe dovuto portare abiti comodi dal taglio pratico e accorciare i capelli per indossare meglio l’elmetto o evitare che fossero presi negli ingranaggi dei macchinari.

Però c’era modo e modo per “maschilizzarsi” e Vogue aveva insegnato proprio questo: si può essere eleganti e pratiche al tempo stesso, e soprattutto la moda non sempre è una cosa frivola e superflua.


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