Germania, fine aprile 1945; La vasca di HitlerElisabeth Lee Miller.

Il grosso Dodge dell’esercito americano viaggia incolonnato in direzione di Monaco di Baviera, appena conquistata dagli alleati.

Nel ristretto spazio dell’abitacolo Elizabeth, o Lee come la chiamano tutti, cerca inutilmente di riposare.

Non appena chiude gli occhi, però, precipita subito nell’inferno che si è lasciata alle spalle poco tempo prima.

Lee non è più una ragazzina, ha vissuto una vita intensa, nel bene e nel male, a partire dalle molestie infantili, per passare a una carriera di modella internazionale, con gli anni trascorsi nella folle Parigi degli anni Trenta, fino a conoscere il senso della morte sui campi di battaglia da quando si è arruolata nell’esercito americano, una tra le prime donne a indossare l’uniforme come fotoreporter.

Pensava di aver visto abbastanza della vita, ma i campi di concentramento di Buchenwald, prima, e di Dachau, poi, le avevano dimostrato che non c’è fine all’orrore.

Con la bocca dello stomaco stretta da una mano invisibile, aveva iniziato a fotografare, mentre nella mente risuonavano le parole del generale Eisenhower:

Che si abbia il massimo della documentazione possibile, che siano registrazioni filmate, fotografie, testimonianze, perché arriverà un giorno in cui qualche idiota si alzerà e dirà che tutto questo non è mai successo”.

Aveva fotografato baracche, recinzioni elettrificate, forni crematori, camere a gas, e le montagne di vestiti dei prigionieri, accatastate insieme alle povere cose che avevano portato con loro nell’ultimo viaggio.

Le era capitato di fotografare anche una massa confusa di ossa di cadaveri, che i carcerieri non avevano fatto in tempo a distruggere.

Aveva fotografato anche scheletri di morti viventi, fantasmi di uomini e donne, nei cui occhi si faticava a trovare una sia pur minima scintilla di vita.

Tutto intorno si respirava l’aspro odore della morte, l’aria era velata da un grigio velo incolore come le baracche, a terra la poltiglia di fango di una primavera piovosa.

E sul volto degli ex reclusi una tristezza, che la ritrovata libertà non sarebbe mai riuscita a cancellare.

Quando invia i rullini scattati alla redazione di Vogue, in America, accompagna tutto con un telegramma: “Credetemi, è tutto vero”, ma è lei stessa che vuole convincersi di quello che ha fotografato.

La brusca frenata del camion riporta Lee alla realtà, sono arrivati a Monaco di Baviera, ennesima tappa nel lungo percorso verso la fine della guerra.

Lee e il suo collega David Scherman, fotografo di Life Magazine, raggiungono il comando del 179° reggimento del 45° Corpo d’Armata americano, installato in un palazzo al numero 16 di Prinzregentenplatz.

Qui, al secondo piano, c’è l’appartamento di Adolf Hitler, il suo famoso “nido d’aquila”.

È rimasto esattamente come il Führer l’aveva lasciato prima di fuggire a Berlino:

  • porcellane
  • cristallerie
  • tendaggi
  • mobili

tutto è al suo posto come se fuori da quelle finestre non fosse in corso uno dei più devastanti conflitti della storia.

L’acqua e l’elettricità sono allacciate alla rete, funziona addirittura il frigorifero in cucina e il pianoforte in salotto.

C’è solo un po’ di polvere intorno, sul mobilio, sulle lenzuola nuove del letto e sulle stoviglie, con incise le iniziali A.H. e la croce del Reich: basterebbe solo una veloce pulizia per renderlo subito abitabile.

Entrambi restano senza parole in quel luogo di pace fuori dal tempo, una bolla di banale quotidianità casalinga della persona che ha trasformato l’Europa in un inferno.

Non è la curiosità, ma la necessità di lavarsi, visto che non lo fanno da settimane, a spingerli nel bagno del Führer, con le pareti piastrellate e gli accessori di un bianco splendente, di una purezza unica.

Lee capisce allora che quella è l’occasione giusta per esorcizzare la strana sensazione che prova in quel momento, di scattare una foto liberatoria.

Si toglie gli stivali, ancora sporchi del fango della guerra, li getta scompostamente sul tappetino immacolato davanti alla vasca.

Anche la divisa dell’esercito americano, coperta della polvere raccolta nei mesi della sua guerra, finisce disordinata sulla sedia vicina.

Lei e il collega sistemano sul bordo della vasca un portaritratti con l’immagine di Hitler in uniforme e la statuetta in marmo di una dea greca sul mobiletto vicino.

Poi si immerge nell’acqua tiepida per ‘lavare via tutto lo sporco di Dachau’.

Dave, intanto, con la Rolleiflex di Lee, le scatta alcune foto, poi è il suo turno ad essere fotografato.

Per loro la guerra è finita, portata via dall’acqua purificatrice della vasca di Hitler.

Nelle stesse ore, ma lo sapranno solo in seguito, il Führer si è suicidato nel bunker di Berlino, insieme ad Eva Braun.

* * *

Il racconto di fantasia che avete appena letto è frutto della mia curiosità.

Tuttavia, trae spunto dallo scatto in cui la fotografa americana Elisabeth Lee Miller è ritratta ne la vasca da bagno di Hitler, autore il suo collega David Dave Scherman.

Se molti conoscono la foto, divenuta più famosa grazie al libro di Serena DandiniLa vasca di Hitler”, pochi sanno che le foto furono più di una, almeno cinque, di cui una mossa.

Sembra che ce ne fosse un’altra ancora, con Lee nuda mentre entra nella vasca, ma è stata fatta scomparire.

Nello stesso rullino 6×6 della Rolleiflex appartenente alla fotografa sono presenti altri tre scatti, con Dave mentre fa il bagno a sua volta.

La foto ha fatto molto discutere:

  • Per alcuni si trattò di un gesto poco elegante farsi ritrarre nuda in quella vasca e in un momento così drammatico della storia mondiale
  • Altri, invece, considerarono la foto altamente simbolica, proprio come aveva dichiarato successivamente Lee che, in quel momento, voleva “lavare via tutto lo sporco di Dachau”

Comunque, finché fu in vita, Lee ripropose molto raramente quella e le altre foto della guerra, che le erano rimaste così impresse nella mente al punto di iniziare a soffrire di disturbi post traumatici da stress, che la portarono ad abusare di alcol, nella speranza di riuscire a dimenticare.


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