New York, redazione di LIFE, 18 aprile 1955
La telefonata è arrivata stamattina presto.
Un redattore di LIFE mi avverte che Albert Einstein, il genio della fisica, sì quello della linguaccia, proprio lui, è morto durante la notte: gli si è rotto un aneurisma dell’aorta addominale, così credo di aver capito.
Metto giù la cornetta, preparo le fotocamere con tutta l’attrezzatura, e sono già in macchina per raggiungere il Princeton Hospital, dove lo scienziato era stato ricoverato d’urgenza.
Dopo un’ora sono lì, ma trovo una gran confusione di curiosi, giornalisti, fotografi: troppa gente per poter fare un servizio esclusivo.
Riesco solo a fotografare due tizi delle pompe funebri mentre sistemano la bara di Einstein, semplice e senza fronzoli, dentro un furgone prima di portarla al cimitero.
Se voglio fare un buon lavoro devo anticipare tutti, per questo me ne vado all’università, all’Institute for Avanced Study, dove lo scienziato aveva lavorato fino a ieri.
Per esperienza so che le persone non parlano volentieri con gli sconosciuti, specie se sono giornalisti o fotografi, ma basta una bottiglia di buon liquore per sciogliere la lingua: dopo un paio di sorsate nessuno è più uno sconosciuto, così quello che dici non è più un’informazione, roba da spie, piuttosto una chiacchierata tra amici.
Per questo, prima di passare all’università, mi fermo in un drugstore per comprare una confezione di whiskey, meglio avere una buona scorta per ogni evenienza.
Ralph Morse e lo scoop che nessuno avrebbe mai visto

La prima bottiglia convince facilmente il soprintendente dell’università, che senza fare storie mi fa entrare nell’ufficio di Einstein e io scatto subito qualche foto, prima che il tizio ci ripensi.
La scrivania è nel disordine tipico del genio, coperta da libri, fogli di appunti, lettere, fotografie; la pipa è poggiata sulle pagine di un piccolo libro, come se Albert dovesse tornare a prenderla da un momento all’altro.
Mi fa impressione essere lì, il suo spirito sembra non essersi mai allontanato da quello studio.
Anche la grande lavagna, stretta fra due scaffali pieni anche loro di libri e appunti, è ricoperta da una sequenza di numeri e di formule indecifrabili per uno come me, chissà a cosa stava studiando.
Qui ho finito, ho già un po’ di foto, ma non bastano, ora devo andare al funerale.
Salto di nuovo in macchina e dopo qualche minuto sono al cimitero di Princeton, forse la cerimonia si svolge lì.
Al cimitero trovo un gruppo di operai che sta scavando delle buche, vicino a loro ci sono una ventina di bare.
Offro una bottiglia di whiskey e domando quale è quella di Einstein, mi rispondono ‘nessuna’, hanno sentito dire che il fisico ha lasciato detto di voler essere cremato, quindi la salma dovrebbe essere all’Ewing Cemetery and Crematory di Trenton.
Lascio il resto della confezione di liquore e riparto di nuovo: questa giornata non vuole proprio finire…
Finalmente arrivo al 78 di Scotch Road a Trenton e trovo la famiglia e gli amici di Einstein, la cosa più importante però è che non ci sono né giornalisti né fotografi, sono solo io.
Lo scoop di LIFE che rimase nel cassetto
Che però sono facile a individuare, infatti mi avvicina un signore che mi domanda il nome e per quale giornale lavoro.
Tizio elegante, modi gentili, gli rispondo, forse vuole andare a leggere il mio articolo, non appena uscirà in edicola, mi sembra normale.
Mi metto al lavoro e riprendo il signore con cui ho parlato, la segretaria di Einstein e un gruppo di amici.
Quando tutti entrano nella cappella, io resto fuori.
Sarò anche un fotoreporter d’assalto, ma ho sempre rispetto del dolore altrui, tanto da qui sento ugualmente tutta la cerimonia.
L’attesa non dura molto, dopo poco parenti e amici escono e si dirigono alle macchine, e io scatto ancora foto, probabilmente il corpo di Einstein è già stato cremato.

La colonna di auto lascia il cimitero, con me in coda che non mollo, fino a che ritorniamo a Princeton, davanti casa di Albert, sicuramente per ricordarlo tutti insieme in una cerimonia più intima.
Sono le ultime foto, sia perché non posso entrare, sia perché penso di avere abbastanza materiale per un servizio.
Anzi, per uno scoop unico, visto che ero il solo fotoreporter! Ho bruciato sul tempo gli altri colleghi.
Appena arrivo in redazione, col mio prezioso carico di foto scattate a Princeton, trovo sulla mia scrivania un biglietto: “Ralph, vedi Ed!!!”: praticamente devo andare dal mio caporedattore Ed Thompson.
Entro in redazione e saluto Ed che mi dice: “Ralph, ho sentito che hai un’esclusiva pazzesca”.
Io rispondo felice: “Sì, credo di sì”. E lui dice: “Beh, non la pubblicheremo”.
Come non la pubblichiamo!!?? Ho lo scoop del secolo, un servizio fotografico di prim’ordine sulla morte di Einstein, sul suo funerale!! Nessuno ce l’ha!! Ho galoppato su e giù per il New Jersey, ho perso una giornata intera di lavoro, e mi dite che non lo pubblicate?
Semplice: mentre ero sulla strada di ritorno il figlio di Einstein, Hans, ha telefonato pregando di non pubblicare il mio servizio, per garantire la riservatezza della famiglia.
Che fai, dici di no a un personaggio così importante? Così Ed aveva acconsentito.
Alla fine mi sono detto: “Beh, è finita”, se quelli dei piani alti non vogliono pubblicare il mio scoop, che sia così e amen. Peggio per loro.
Andiamo avanti, che altro c’è da fotografare?
* * *
Ralph Morse è stato uno dei fotoreporter più famosi d’America, cominciando a soli ventiquattr’anni a seguire la guerra nel Pacifico per la rivista LIFE.
Documentò lo sbarco dei marines a Guadalcanal, nelle Filippine, ma la nave USS Vincennes, su cui Ralph viaggiava, venne affondata facendogli perdere attrezzatura e fotografie.
Con il servizio sulla morte di Einstein fu meno sfortunato, anche se dovette aspettare più di mezzo secolo, quando fu pubblicato su LIFE nell’aprile del 2010, quattro anni prima che lui morisse.
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