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Una foto, una storia: Henri Cartier-Bresson, un nome troppo ingombrante, o forse no.

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Céreste (Francia), agosto 2004 – Henri Cartier-Bresson

HCB, uno dei fotografi più famosi del momento è morto da pochi giorni, alla veneranda età di novantasei anni.

Quasi tutto il Novecento dedicato alla fotografia, tanto da meritarsi il nome di “occhio del secolo”.

Lo sa bene la sua seconda moglie Martine Franck, anche lei fotografa, che con l’artista ha vissuto più di trent’anni, nonostante la profonda differenza di età.

Due fotografi nella stessa famiglia, due fotografi, dal modo di vedere il mondo con occhi e cuori molto diversi, e per questo le loro carriere non entrarono mai in competizione.

Si erano conosciuti nel 1966, a Parigi, quando Martine seguiva le sfilate di moda per il New York Times.

Bresson si era avvicinato e le aveva detto: “Martine, voglio venire a vedere i tuoi provini a contatto”, quale miglior tecnica di approccio tra due fotografi.

Si erano sposati nel 1970, lui sessantadue anni, lei trentadue: nonostante questo, un grande amore.

Martine si era accorta, però, che il nome del marito risultava ingombrante, lui era la ‘fotografia in persona’, aveva fotografato sempre, con la sua piccola Leica, e anche durante la guerra mentre era nella Resistenza francese.

La sua vita avventurosa, durante quegli anni, era conosciuta da tutti: la cattura da parte dei tedeschi nel 1940, la sua fuga rocambolesca dopo tre tentativi di evasione, la liberazione di Parigi nel 1944.

Tutto faceva di lui quasi un eroe romantico, che secondo la letteratura epica avrebbe dovuto morire in combattimento: infatti il Museum of Modern Art di New York l’aveva creduto scomparso in guerra, al punto di organizzare per lui, nel 1946, addirittura una mostra postuma, poi tenuta l’anno seguente proprio col contributo del “fotografo scomparso”.

Tutto questo era accaduto quando Martine ancora andava al collegio e non sapeva neppure cosa fosse la fotografia.

E tutto questo l’aveva lo aveva messo in conto quando si erano conosciuti e poi sposati.

Martine Franck: vivere e fotografare accanto a un mito

Ma una cosa è pensarlo, un’altra è averne la conferma, o quasi: ne ha la prova quando, nello stesso anno del suo matrimonio, l’Institute of Contemporary Arts di Londra organizza la sua prima mostra personale.

Si tratta di un prestigioso centro artistico e culturale fondato, tra gli altri, dal noto intellettuale inglese Roland Penrose, secondo marito della fotografa Lee Miller.

Martine è soddisfatta, per la prima volta esporrà il lavoro di tanti anni passati in viaggio intorno al mondo per catturare quello stesso mondo, è una mostra tutta sua, dopo neanche dieci anni di lavoro sul campo.

Poi vede gli inviti, stampati a nome suo e quello di Henry, in cui era specificato che Bresson sarebbe stato presente all’inaugurazione.

D’accordo, amava il marito, ricambiata, ma quella mostra doveva essere solo sua oppure non se ne sarebbe fatto niente.

E infatti Martine l’annulla, rinunciando a quel suo personale momento di gloria: con quel doppio nome sugli inviti non avrebbe mai saputo se i presenti fossero interessati alle sue foto o all’incontro col marito della fotografa.

In realtà l’idea di inserire il nome di HCB, come ormai tutti lo chiamavano, era stata dei curatori della mostra, non del famoso artista, forse una cortesia nei suoi confronti o un’astuta mossa pubblicitaria.

D’altra parte Henri non aveva bisogno di sfruttare questa occasione, togliendo spazio alla moglie.

Al contrario del padre che aveva cercato di dissuaderla dal diventare fotografa, Henri l’aveva sostenuta, l’aveva sempre incoraggiata a lavorare, non l’aveva mai messa da parte.

Forse, data la differenza di età, si sentiva un po’ il suo pigmalione.

Le due strade si erano poi separate nel 1973, quando Henri aveva abbandonato la fotografia per dedicarsi al suo primo grande amore, la pittura.

L’amore, quello, era invece proseguito, lo testimoniano le foto che si erano scattati a vicenda: foto di un’intimità serena, romantica, come tante immagini di tante famiglie comuni, solo che gli autori erano due grandi nomi della fotografia.

Magari uno più ingombrante dell’altro, o forse no.

* * *

Henri Cartier-Bresson: un nome che pesa come la storia

In questo articolo ho cercato di immaginare quale potesse essere il rapporto personale tra un mostro sacro della fotografia, Henri Cartier-Bresson, e sua moglie, la fotografa belga Martine Franck.

Si è spesso parlato del peso del nome del primo sulla carriera della seconda, e forse in alcuni casi c’è anche stato, ma Martine nel 1966, quando conobbe il futuro marito, era già una professionista, sebbene da pochi anni, e aveva effettuato numerosi viaggi in Estremo Oriente, documentando quei paesi attraverso le lenti di una Leica, e nel 1966 lavorava per il New York Times.

Tre anni più tardi aveva collaborato, come freelance, con Vogue, Life e Sport Illustrated, oltre ad essere stata per quasi mezzo secolo fotografa ufficiale del Théâtre du Soleil, nonché collaboratrice del regista Bob Wilson, diventando così “una delle fotografe più raffinate del mondo del teatro”.

Dopo il matrimonio aveva lavorato per due anni all’Agence Vu e nel 1972 era stata tra i fondatori dell’Agenzia Viva.

Se forse, e sottolineo forse, il nome di Bresson potrebbe averla aiutata fu nel 1980, quando Martine fece il suo ingresso nella Magnum Photo, la famosa agenzia fotografica creata nel 1947 da Robert Capa, David Seymour, George Rodger, William Vandivert, Rita Vandivert, e dallo stesso HCB.

Ma a quella data lei aveva già un curriculum di tutto rispetto.

Nel 2000, insieme al marito e alla figlia Mélanie, Martine dette vita alla Fondation Henri-Cartier Bresson, per la conservazione degli archivi dei due fotografi, che diresse con impegno dalla morte di Henri e fino alla sua scomparsa, nel 2012.


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