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Arno Rafael Minkkinen

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Arno Rafael Minkkinen

Nel corso della storia dell’arte l’autoritrattistica è stata una pratica ricorrente.

Dalla pittura, con figure come Leonardo da Vinci, Pablo Picasso o Frida Kahlo, fino alla fotografia, con autori come Robert Mapplethorpe, Vivian Maier, Francesca Woodman e Nan Goldin.

L’autoritratto assume forme e funzioni diverse, ma resta spesso legato a un’indagine sull’identità o sull’immagine di sé.

Gli autoritratti di Arno Rafael Minkkinen si collocano in una posizione particolare all’interno di questa tradizione.

Minkkinen è un fotografo finlandese-statunitense, nato a Helsinki nel 1945.

Pochi anni dopo la sua nascita la famiglia si trasferisce negli Stati Uniti.

Qui Minkkinen si laurea in letteratura inglese e successivamente consegue un Master in fotografia alla Rhode Island School of Design, la stessa scuola frequentata da Francesca Woodman.

Come la Woodman, anche Minkkinen è in qualche modo legato all’Italia.

I suoi due nomi Arno e Rafael richiamano infatti il fiume fiorentino Arno e il pittore rinascimentale Raffaello.

Haaga, Helsinki, Finland - 1975

Il workshop da cui tutto è iniziato

Un episodio chiave nella sua formazione avviene nel 1971 a New York.

Minkkinen decide di partecipare a un workshop di fotografia, per cui deve scegliere il docente da una lista di nomi molto noti, tra cui Bruce Davidson, Robert Frank e Diane Arbus.

Non conoscendo direttamente il loro lavoro, su consiglio di un amico si reca al MoMA per vedere le loro fotografie.

Davanti all’immagine del bambino con la granata di Arbus, decide che sarà lei l’insegnante più adatta.

Arbus, però, si suicida poche settimane prima dell’inizio del workshop, nel luglio del 1971.

Minkkinen viene quindi assegnato a John Benson.

Dopo alcuni giorni passati a fotografare cavalli, mucche e fienili, Benson gli suggerisce di prendersi una giornata di pausa per poi produrre altro.

In quella giornata Minkkinen realizza una fotografia destinata a segnare l’inizio della sua ricerca.

Sulla cima di una collina stende uno specchio per terra, si spoglia e si fotografa attraverso lo specchio.

In seguito, Minkkinen riconoscerà a Benson un ruolo decisivo, sostenendo che se quelle prime immagini “convenzionali” fossero state accettate, il suo percorso sarebbe stato probabilmente diverso.

Arno Rafael Minkkinen

Da lì in poi gli autoritratti di Minkkinen mostrano il corpo nudo del fotografo, o parti di esso, in relazione con l’ambiente circostante.

Gli spazi intorno sono spesso naturali, ma anche artificiali.

Il suo corpo entra in rapporto con una moltitudine di superfici, con acqua, neve, palazzi e ponti.

Le immagini che ha raccolto sono realizzate in moltissimi luoghi diversi del mondo, nel corso di decenni.

Fotografare come Minkkinen

Minkkinen lavora inoltre in completa autonomia.

Viaggia da solo e realizza le fotografie senza assistenti.

È lui a posizionare la macchina fotografica, a inquadrarsi e scattare.

La nudità non è per lui un gesto performativo, ma una condizione necessaria alla relazione intima del suo corpo con l’ambiente circostante.

Nel parlare del rapporto con la natura, Minkkinen ha più volte chiarito la posizione che guida il suo lavoro, spesso collegandola alle proprie origini finlandesi.

“In Finlandia siamo molto più tolleranti nei confronti del nostro corpo e della nudità in generale. Non sono affatto un esibizionista. Per quanto possibile, desidero mostrare quanto sia liberatorio entrare in contatto con la natura in questo modo naturale.”

A questa visione si affianca una riflessione più ampia sul corpo e sulla nudità:

“Non abbiamo abbastanza tempo su questo pianeta per preoccuparci troppo e avere paura di vederci nudi nella natura, perché la natura stessa è nuda. La foresta è nuda, i canyon sono nudi, l’acqua non indossa vestiti.”

Nel panorama della storia dell’arte e della fotografia sono pochi gli autori che hanno lavorato con continuità sull’autoritrattistica nuda in ambienti naturali.

Prima di Minkkinen, Anne Brigman (1869–1950) aveva realizzato nudi femminili all’aperto all’inizio del Novecento.

Un altro principio centrale della pratica di Minkkinen è la scelta di fotografare esclusivamente se stesso e di lavorare in completa solitudine.

Lo stesso fotografo lo spiega in modo diretto: “Per preservare la mia firma nell’opera e non renderla un processo collaborativo, l’unico occhio ad avere accesso al mio mirino sarebbe stato il mio.”

Pic3

Il processo si svolge interamente nei pochi secondi concessi dall’autoscatto della sua Minolta, un tempo ridotto che diventa parte integrante della costruzione dell’immagine.

Come nota a margine, Minkkinen ha anche creato uno degli slogan più noti di Minolta: “Ciò che accade nella nostra mente, accade anche nella macchina fotografica”.

Riguardo allo slogan Minolta, bisogna specificare Minkkinen si definisce comunque un fotografo documentarista, nel senso che fotografa ciò che è reale, anche quando l’immagine nasce da un’idea preliminare che si è fatto nella testa.

“Spesso si comincia con un’idea preconcetta. Può essere uno schizzo realizzato sul posto stesso o può essere ispirato da un tentativo fallito in precedenza, ma alla fine l’immagine viene guidata dalla realtà del luogo e della situazione in cui mi trovo. È lì che l’immagine deve essere creata, indipendentemente dalla “quantità” di pensiero che sia stato speso prima della sua realizzazione. È un altro motivo per cui mi considero un fotografo documentarista. Ciò che ho fotografato esisteva nella realtà.”

Questa posizione chiarisce come, per Minkkinen, la fotografia non sia la messa in scena di un’idea astratta, ma la registrazione di un evento realmente accaduto, nel punto esatto in cui corpo e ambiente si incontrano.


Hai mai fotografato te stesso? Cosa volevi trasmettere?

Per approfondire:

Sito personale del fotografo
Il manifesto: Arno Rafael Minkkinen, uguale ma diverso
The Guardian: Extreme selfies: the photographer who goes out on a limb – in pictures

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