Come al solito, dopo averti parlato di Mimmo Jodice nel precedente articolo, eccoci ad approfondire un suo scatto iconico: Roma, 1996.

“Non ero alla ricerca di nessuna sensazione forte, ho aspettato che lo spazio mi narrasse una delle sue possibili storie. È il racconto di presenze forti che sopravvivono ai destini dei luoghi.”

Roma, 1996.

Mimmo Jodice Roma 1996

Un luogo ed una data compongono la didascalia di questa immagine, eppure nulla di quello che vediamo ci conduce alla città ed al tempo indicato.

Un luogo, nessun luogo.

L’inquadratura, scattata con una macchina di medio formato, cattura pochi elementi: cinque sedie usurate di plastica, di quelle che arredano tanti bar di provincia o le case al mare, gettate in maniera disordinata in un claustrofobico spazio bianco dalla forma inusuale.

Sullo sfondo, proprio davanti a noi, una piccola finestra rettangolare, leggermente decentrata rispetto alla parete, inonda di una luce eterea ed abbagliante l’immagine, privando lo sguardo della visione esterna.

Particolare di Roma, Mimmo Jodice, 1996

Le sedie sono sempre lì, ben visibili, occupano la parte bassa e centrale del fotogramma fino al fondo.

Eppure il reale scompare, lo sguardo si alza, si allontana, si perde, varca il confine del visibile, si apre all’infinito.

La poetica delle sue immagini è tutta qua, in questa magia fatta di quotidianità ed eterno, di luce e di ombra, di terreno e metafisico.

Un dialogo che trova spazio all’interno di composizioni essenziali e rigorose esaltate da un sapiente lavoro in camera oscura che l’artista continua a portare avanti in maniera del tutto solitaria e personale, non avendo mai abbandonato l’amore per l’artigianalità della stampa e per le sue infinite possibilità espressive.

Quelle di Mimmo Jodice non sono rappresentazioni della realtà, sono visioni.

Il mondo, nelle sue fotografie, è sospeso, surreale, apre le porte al sogno, all’indefinito.

Mimmo Jodice Photographer

Quando ammiriamo una sua immagine più che vedere un luogo, una statua, un paesaggio, vediamo uno stato d’animo.

Entriamo in un’emozione che va al di là di tutto ciò che è racchiuso all’interno dell’inquadratura.

Le fotografie, anche se prive della presenza umana, sono inspiegabilmente piene di vita.

Una vita che, però, è priva di qualsiasi connotazione temporale ed alla quale facciamo fatica ad attribuire un riferimento.

Il silenzio diventa uno spazio nel quale il prima ed il dopo si confondono nel fluire di un eterno presente.


Tu cosa ne pensi dello scatto Roma, 1996, di Mimmo Jodice?

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