Parigi, brasserie La Rotonde, quartiere di Montparnasse, 30 aprile 1953. – Kiki la regina di Montparnasse.

Lavoro a La Rotonde da quando ero un ragazzotto imberbe, avrò avuto quattordici, quindici anni appena.

Il locale adesso è cambiato e pure la clientela è differente, con parigini e turisti americani.

Una volta, tra le due guerre, di qui passava tutto un mondo fatto di artisti, intellettuali, poeti, scultori, pittori, quasi sempre squattrinati ma ricchi di belle speranze.

Alcuni oggi famosi, altri rimasti completamente sconosciuti.

Ai tavoli all’interno o sul marciapiede potevi incontrare Picasso, Modigliani, Hemingway, lo scultore rumeno Brancusi, il poeta Jean Cocteau, e quel fotografo americano, che poi era ungherese, dal nome impronunciabile e per questo si faceva chiamare solo Man Ray.

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E poi c’era lei, la regina di Montparnasse, la favolosa, splendida, fantastica Kiki, con quel caschetto à la garçonne che faceva impazzire tutti.

Ho letto sul giornale che è morta ieri, giovane, a cinquantadue anni, per colpa degli abusi di una vita passata fra sesso, alcol, cocaina, fino all’eroina.

Ma secondo me è morta perché era finito il suo tempo, erano finiti i tempi in cui poteva ballare sui tavoli, cantare nei locali più alla moda di Montparnasse, ormai non c’erano più gli artisti che la volevano come modella per le loro opere.

Aveva consumato in fretta la vita che le era stata concessa, finita quella non c’era altro motivo per continuare a vivere.

C’est tout fini, anche gli amori, brevi o più lunghi, con chiunque le andasse a genio, non come quel ministro messicano, che l’aspettava inutilmente con automobile e autista fuori dai locali dove si esibiva.

Una volta, quando da ragazzina faceva la fame, avrebbe accettato, come quando aveva regalato la sua verginità per una cioccolata calda.

Ora no, poteva permettersi tutto: la Parigi borghese l’invidiava e deplorava al tempo stesso, i giornali se la contendevano e nobili e ricchi le facevano la corte.

Kiki-de-Montparnasse

Anch’io me ne ero innamorato, il primo giorno che ero stato assunto.

Lei e la sua amica Thérèse stanno sbraitando per avere da bere, passo per uscire dal locale per un servizio ma davanti a loro mi fermo come un cane da punta, resto a guardarle a bocca aperta.

Il mio padrone, Papa Libion, mi urla di muovermi, che come mi ha assunto mi licenzia subito, io niente, immobile come una statua.

Allora esce dal bancone e viene per darmi un ceffone, urla alle ragazze di smettere di gridare e d’improvviso capisce perché mi sono bloccato: Kiki stava seduta con i piedi poggiati sul tavolo e… non portava le mutandine!!!

Ecco, lei era fatta così, immorale e amorale, sfacciata, irriverente, spudorata, imprevedibile.

In una sola parola: esagerata.

Era esagerata anche negli amori, sempre un alternarsi di sesso e grandi litigate in pubblico, come l’amore per Man Ray, il fotografo.

Noire-et-Blanche-variante-©-Man-Ray

Il garzone de La Coupole mi aveva raccontato che per l’inaugurazione del locale a dicembre del ‘27, era stata data una festa memorabile con champagne a fiumi e il mangiare finito dopo poche ore.

C’erano tutti, da Edit Piaf a Chagall, da Marlene Dietrich a Henry Miller, e c’era anche Kiki, pazza di gelosia, che imprecando e urlando girava forsennatamente per i tavoli in cerca di Man Ray, che stava amoreggiando di nascosto con una modella americana.

L’aveva lasciato quella sera stessa.

Però, quando andavano d’accordo, lui l’aveva immortalata in parecchie fotografie, era la sua musa ispiratrice, almeno per il tempo in cui erano stati insieme.

Ne ho viste poche di quelle foto, qualche anno fa, dicono che sono diventate immagini famose, che valgono addirittura un bel po’ di franchi.

Quella con Kiki nuda, seduta di spalle e con due chiavi di violino alla base della schiena, mi è sembrata un po’ strana, però io sono solo un vecchio cameriere e di fotografia capisco poco.

Invece le altre due con la maschera africana mi piacciono di più, meglio quella con gli occhi aperti, anche se ha lo sguardo malinconico, forse la sua vera anima senza maschera.

Passo per l’ennesima volta lo straccio sul bancone, mi verso un bicchiere abbondante di calvados e brindo alla Regina di Montparnasse, a Kiki, ovunque sia andata a portare scompiglio, in paradiso o all’inferno.

* * *

Il racconto che avete appena letto trae spunto dalla vita avventurosa, licenziosa e sregolata di Alice Ernestine Prin, meglio nota col nome d’arte di Kiki de Montparnasse (1901-1953).

Vogue-Paris-maggio-1926

Divenuta modella e amante di Man Ray, dal 1921 al 1927, il fotografo la immortalò in due foto divenute famose.

La prima raffigura Kiki nuda, seduta di spalle all’obiettivo, e un turbante in testa; con un fotomontaggio Man Ray aggiunse due effe in nero, che ricordano le aperture sulla cassa di un violino.

Il titolo della foto è Le violon d’Ingres, in riferimento sia alla bravura del pittore francese nel suonare questo strumento, sia a un quadro dello stesso Ingres, intitolato La bagnante di Valpinçon (o La grande bagnante, 1808).

Pubblicata per la prima volta nel giugno 1924 sulla rivista surrealista Littérature, nel 2022 è stata venduta all’asta per 12,4 milioni di dollari.

Si tratta della quotazione più alta di sempre per una singola fotografia.

Le-Violon-d-Ingres-©-Man-Ray

La seconda foto (con una seconda variante ad occhi aperti) mostra il volto di Kiki, con occhi chiusi e capo reclinato sul lato destro, mentre regge con la mano una maschera africana di colore nero.

Il contrasto tra il pallore del viso della modella e la maschera sono all’origine del titolo Visage de nacre et masque d’ébène (Viso di madreperla e maschera d’ebano).

Con questo titolo la foto venne pubblicata nel maggio 1926 su Vogue France, ma successivamente fu modificato in un più facile Noire et Blanche.

Nel 2017 la casa d’aste Christie’s di Parigi ha venduto la foto per circa 2,7 milioni, più del doppio del valore di stima.

Kiki sarebbe rabbrividita ad ascoltare le cifre pagate per immagini che la ritraevano, lei che era nata povera e povera era morta, senza neppure i soldi per la sepoltura.

Nel 1929 aveva pubblicato la sua autobiografia e nella prefazione Hemingway aveva scritto:

«Se siete stanchi dei libri scritti dalle signore scrittrici d’oggigiorno, eccovi un libro scritto da una donna che non è mai stata una lady, ma che per dieci anni è stata una regina».


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