Roma, 21 ottobre 1960
Che avventura ragazzi, quella di stanotte, che a raccontarla neanche ci si crede.
Ero con alcuni amici fotografi, all’epoca li chiamavano tutti paparazzi, specializzati nel raccontare la dolce vita romana, come nel film di Fellini uscito quest’anno.
C’erano Marcello Geppetti, Quinto Felice e altri, io ero alle prime armi e andavo con loro per imparare i trucchi del mestiere, un mestiere affascinante e divertente, ma a volte pericoloso.
Attori, americani ma anche italiani, che non gradivano la nostra presenza, arrivavano a prenderci a cazzotti e sfasciarci le fotocamere, com’era successo a Tazio Secchiaroli che s’era beccato un pugno e un paio di schiaffi da Walter Chiari, che non voleva essere ripreso insieme ad Ava Gardner.
Però nessuno era arrivato a minacciarci e colpirci con arco e frecce come ieri sera, neanche fossimo in un western con John Wayne e Gary Cooper.
L’inseguimento da Via Veneto all’Appia Antica
Eravamo a Via Veneto quando vediamo “Anitona”, sì proprio la Ekberg, quella di “Marcello, come here…” da dentro la Fontana di Trevi, che esce da un locale insieme al produttore cinematografico Guido Giambartolomei.
Nell’aria c’è puzza di scoop o quantomeno di un buon servizio da vendere.
Chi con la Vespa, chi con la Seicento, partiamo tutti all’inseguimento della macchina.
I due iniziano a fare il giro dei caffè e dei night club, noi sempre dietro, fino a quando non decidono di tornare alla villa della “svedesona”, sull’Appia Antica ed entrano subito, giusto in tempo per riuscire a scattare qualche foto, ma niente di interessante.
Restiamo un po’ lì, in attesa, ma è tardi, fa freddo e lo scoop ormai è andato…
Come ci sbagliavamo!!!
Anita Ekberg, l’arco e le frecce contro i paparazzi

Non facciamo in tempo a salire sui nostri mezzi per andarcene che Anita Ekberg arriva, tutta scarmigliata, e forse anche un po’ ubriaca, fasciata in un tubino nero che mostra tutte le curve possibili, però è scalza e impugna un arco con le frecce.
Un arco con le frecce?
Di sicuro con quelli si era esercitata quando, all’inizio di quest’anno, aveva girato “I mongoli” con Jack Palance e Antonella Lualdi.
Fatto sta che si avvicina a uno di noi e gli urla “Dammi quelle foto”, perché era convinta che l’avessimo ‘beccata‘ a baciarsi con Giambartolomei.
Poi le cose precipitano: lei lascia cadere l’arma e si scaglia contro Felice per prendergli la macchina fotografica, cerca di graffiarlo in faccia ma lui reagisce, c’è una piccola zuffa, il produttore cerca di separare i due.
Quando si accorge che Marcello sta fotografando la scena, Anitona si allontana dal gruppo, riprende l’arco e scocca una freccia senza prendere la mira, ma colpisce Felice all’avambraccio sinistro e con una seconda freccia ferisce un altro fotografo di striscio alla schiena.

Per fortuna niente di grave perché i cappotti pesanti hanno fatto da armatura, ma il dolore c’è comunque.
All’improvviso, forse l’alcol era svanito e l’adrenalina finita, la Ekberg si rende conto di quello che ha fatto, allora lascia l’arco e ci regala le frecce scusandosi.
Il patto con il produttore e il trucco del rullino
Giambartolomei approfitta del momento di calma per cercare di smorzare gli animi: inizia a dire che potrebbe chiamare i carabinieri, però se Marcello gli consegna le foto del ‘tiro con l’arco’ l’incidente può essere messo a tacere e ce ne possiamo andare tutti a dormire, visto che è quasi mattina.
Sapevamo benissimo che non avrebbe chiamato nessuno, lo scandalo non conveniva né a lui né alla Ekberg, mica siamo arrivati dalla montagna con la piena come si dice a Roma, comunque Marcello fa finta di accettare il patto e gli consegna il rullino della sua Rollei.
Fine della serata, o mattinata, come volete.
Quello che però Giambartolomei non sapeva è che ormai noi paparazzi abbiamo imparato un trucco semplice, ma sempre efficace.
Tazio Secchiaroli lo aveva già sperimentato qualche anno prima al Rugantino, con le foto dello spogliarello della ballerina turca Aiché Nana (qui l’articolo): non aveva fatto altro che consegnare un rullino nuovo al commissario, non ancora impressionato, mentre quello incriminato era stato nascosto da un cameriere.
La stessa cosa che ha fatto Marcello, nascondendo il suo rullino nella tasca della giacca: di sicuro venderà le foto a qualche rivista e ci tirerà su qualche bel soldino.
Certo che per portare a casa la pagnotta non si può rischiare la pelle…
Ma è il destino di noi fotoreporter, meglio, di noi ‘paparazzi’.
* * *

Il racconto che avete appena letto mi è stato suggerito dai ricordi del fotoreporter Marcello Geppetti.
Tra questi l’episodio della Ekberg armata di arco e frecce, uno dei tantissimi di episodi, più o meno pericolosi, e più o meno noti, in cui vennero coinvolti i famosi paparazzi della Dolce Vita romana degli anni Sessanta, il cui ‘territorio di caccia’ comprendeva via Veneto, qualche strada collegata e soprattutto i numerosi locali della vita notturna della capitale.
Oltre a personalità politiche e personaggi dello sport, le prede dei paparazzi erano per la maggior parte attori stranieri, attirati a Roma dal rilancio della cinematografia italiana a Cinecittà, ribattezzata in quegli anni la “Hollywood sul Tevere”.
Non tutti però erano d’accordo a farsi fotografare e molti reagivano con violenza, come Richard Burton o Walter Chiari contro Tazio Secchiaroli.
Tutto però faceva parte dei rischi del mestiere e lo stesso Secchiaroli ricordava che «Avevamo bisogno della loro collera, del loro inseguirci, dei loro cazzotti. Una fotografia movimentata, rubata, i giornali ce la pagavano 30 mila lire contro le 3 mila di una foto posata».
Da dove nasce il nome “paparazzo”
Invece, a proposito del nome “paparazzo”, lo stesso Flaiano ne “La solitudine del satiro” scrisse che né lui né Fellini sapevano «che inventare: finché, aprendo a caso quell’aureo libretto di George Gissing che si intitola “Sulle rive dello Jonio” (1897) troviamo un nome prestigioso: “Paparazzo”. Il fotografo si chiamerà Paparazzo. Non saprà mai di portare l’onorato nome di un albergatore delle Calabrie, del quale Gessing parla con riconoscenza e con ammirazione. Ma i nomi hanno un loro destino».
Infatti l’albergatore citato dallo scrittore inglese si chiamava Coriolano Paparazzo, esattamente lo stesso nome che verrà assegnato al personaggio del fotoreporter amico del protagonista del film, impersonati rispettivamente da Walter Santesso e da Marcello Mastroianni.
Dalle frecce di Anita Ekberg alle pagine di LIFE
Il servizio fotografico di Geppetti, grazie al semplice trucco della sostituzione del rullino, sarà poi venduto all’Associated Press e pubblicato qualche giorno più tardi sulla rivista americana LIFE, facendo il giro del mondo, proprio il contrario di quello che Giambartolomei e Anita Ekberg volevano.
Ma avevano sottovalutato le astuzie dei paparazzi romani.
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