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Una foto, una storia: La ragazza col fucile

La ragazza col fucile, juan guzman

Dopo averti raccontato il retroscena de Il Bacio della Vittoria, qui torno a parlarti di un altro scatto iconico: “La ragazza col fucile”.

Parigi, un giorno qualunque del 2006, La ragazza col fucile.

Seduta sul divano della sua casa parigina, Marina Ginestà rigira tra le mani quella foto, scattata settant’anni prima, in cui era raffigurata una Marina diciassettenne con un fucile in spalla.

L’aveva ricevuta da Garcia Bilbao, scrittore spagnolo che, dopo appassionate e complesse ricerche, era riuscito a dare un nome a quella ragazza dallo sguardo fiero e deciso, divenuta nel tempo l’icona della resistenza repubblicana contro il franchismo.

Pubblicata in numerose locandine che ricordavano la Guerra Civile spagnola, aveva campeggiato sulla copertina del libro Trece rosas rojas.

Nel romanzo, l’autore Carlo Fonseca raccontava della fucilazione di tredici ragazze, avvenuta a guerra conclusa, colpevoli solo di aver combattuto per un’ideale.

La foto era apparsa anche in un altro libro del 2002, dov’erano raccolte immagini inedite della Guerra Civile.

Quando aveva letto la lettera di accompagnamento della foto, in cui Bilbao spiegava la diffusione della foto e del simbolo che rappresentava, Marina aveva sorriso con nostalgia, ripensando alla vera storia di quello scatto, anzi dei tre scatti, ben differente da quella raccontata in seguito.

Era il 19 luglio 1936, il giorno prima Francisco Franco era salito al potere in Spagna dopo un rapido colpo di stato.

Una moltitudine di persone era scesa nelle piazze di ogni città per protestare.

A Barcellona anche Marina aveva raggiunto i suoi compagni del partito socialista, che frequentava già da qualche anno, pur essendo giovanissima.

Ricorda che, nella confusione e nell’eccitazione del momento, aveva sparato per errore un colpo con un vecchio Remington passatole da un’amica.

In cambio aveva ricevuto un sonoro schiaffo sul viso, da parte del malcapitato compagno che aveva visto il proiettile passare troppo vicino a lui: quella era stata l’unica volta in cui aveva impugnato un’arma per sparare.

Nei giorni seguenti la protesta era degenerata in scontro armato e i franchisti erano stati respinti dagli insorti repubblicani.

Quest’ultimi avevano occupato e requisito l’Hotel Colòn di Barcellona, trasformandolo in un presidio armato e sede del Partito Socialista Unificato de Catalunya.

Cacciati gli ospiti, in gran parte ricchi stranieri, in alcune delle eleganti stanze era stato allestito l’ufficio stampa.

Qui lavorava anche Marina come dattilografa, giornalista e traduttrice dal francese, con il compito di assistere il giornalista russo Mikhail Koltsov, corrispondente della Pravda.

Tutto era fermento, in quei giorni, vibrazioni, emozioni e nell’aria si respirava un’elettricità che Marina ricordava bene.

Ricordava bene anche il fotografo Juan Guzmán, che con la sua Leica cercava di fermare quel momento storico, girando tutto l’albergo per trovare personaggi da immortalare.

Quel pomeriggio del 21 luglio, colpito dal volto giovane ma già deciso di Marina, era salito con lei sul terrazzo dell’albergo, da dove si dominava tutta la città.

Preso in prestito il fucile Mauser di una delle sentinelle in servizio, l’aveva passato a Marina che, mettendolo a tracolla, si era messa in posa con l’atteggiamento da esperta combattente.

Proprio come aveva visto fare nei film americani di Hollywood da Gary Cooper o John Wayne.

Un nuovo sorriso le affiora sulle labbra, questa volta di amarezza, pensando all’illusione di quei giorni, quando tutti credevano che fosse possibile sconfiggere i franchisti, mentre invece era solo l’inizio di una sanguinosa guerra fratricida.

Ma in quel pomeriggio estivo Marina sapeva che tutti dovevano contribuire alla causa, come lei faceva con i suoi articoli, necessari per mantenere alto il morale della resistenza.

E se in un primo momento quelle foto di Guzmán sul terrazzo dell’albergo potevano sembrare un gioco fra ragazzi, lei aveva subito compreso come anche le immagini fossero un efficace veicolo di propaganda dal significato immediato.

Tutti, anche le donne, anche i giovani, avrebbero combattuto per contrastare la dittatura franchista, con qualsiasi arma.

Marina aveva scelto quelle che aveva a disposizione e che sapeva usare meglio, la penna e la macchina da scrivere.

L’ennesimo sorriso, indecifrabile questa volta, le porta alla mente l’ironia della sorte: si era impegnata con tutta se stessa per il partito, per l’idea, per la resistenza, era stata anche ferita, ma di essere divenuta l’icona barricadera della Guerra Civile l’aveva saputo solo pochi giorni prima, a distanza di decenni.

Lascia scivolare la foto sul basso tavolo di fronte lei, poi si mette comoda sul divano, quasi a cercare un po’ di riposo.

Evocare i fantasmi del passato è pericoloso e stancante.

L’ultimo sguardo alla foto le fa comprendere che finalmente quella Marina diciassettenne, dopo aver vissuto una vita propria da eroina, è tornata a casa, è tornata a ricongiungersi alla Marina di adesso, completando il mosaico di un’esistenza che la vita aveva scompigliato settant’anni prima.

* * *

Il racconto che avete appena letto è frutto della mia fantasia, traendo spunto però da un fatto realmente avvenuto il 21 luglio 1936.

Dopo la fine della Guerra Civile e la conferma di Francisco Franco come capo del governo (1939), Marina era fuggita in Francia, attraversando rocambolescamente i Pirenei con il suo compagno.

A seguito dell’occupazione nazista si era rifugiata nella Repubblica Domenicana, lasciata venti anni più tardi per la dittatura di Rafael Trujillo, iniziando a viaggiare per l’Europa insieme al secondo marito, diplomatico belga.

Infine si era stabilita a Parigi.

Per questo motivo, fino al 2006, non aveva saputo della popolarità riscossa da quella sua foto giovanile.

È scomparsa nel 2014, pochi giorni prima di compiere 95 anni.

La ragazza col fucile è una serie di tre scatti del fotografo tedesco Hans Gutmann fuggito dal regime nazista riparandosi in Spagna con lo pseudonimo di Juan Guzmán.

Alla fine della Guerra Civile si era trasferito in Messico, iniziando a collaborare con famosi artisti, come Frida Kahlo e Diego Rivera, di cui aveva fotografato le opere.


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