La rubrica sui grandi fotografi contemporanei continua, dopo Helmut Newton, con l’articolo su Sally Mann.

Sospesa tra vita e morte, tra presente e memoria, tra ordinario e straordinario si trova l’opera della fotografa statunitense.

Le sue immagini indagano il concetto di memoria, il significato e la forza dei legami.

Si soffermano sui riti di passaggio dall’infanzia all’età adulta, sullo stretto legame tra uomo e natura, vivono su un confine di difficile descrizione, su una linea di sospensione oltre la quale, a volte, si sprofonda.

Nata a Lexington (Virginia) nel 1951, dove tuttora vive e lavora, Sally Mann, è considerata una delle più importanti artiste contemporanee.

Le sue opere sono state esposte in tutto il mondo e fanno parte di importanti collezioni pubbliche e private, tra le quali quelle del:

  • Metropolitan Museum of Art
  • Whitney Museum of American Art
  • Tokyo Metropolitan Museum of Photography

Nel 2001 il Time Magazine la nomina “America’s Best Photographer”.

At twelve, 1988, Sally Mann

Il suo primo lavoro organico At Twelve (1988) è costituito da una serie di ritratti nei quali sono protagoniste le adolescenti.

Sally fotografa le ragazze in un importante momento di passaggio della vita ritraendole nel loro abituale contesto di vita familiare.

Quello che viene fuori non è solo una serie di ritratti in cui le ragazze, con gli occhi sempre rivolti in macchina, ci parlano attraverso il corpo, la posa e lo sguardo, ma anche uno spaccato della società e delle classi sociali della Virginia.

Immediate Family, 1992, Sally Mann

Immediate Family (1992) è il lavoro che le darà più tardi, nel bene e nel male, la notorietà.

In quest’opera l’autrice rivolge l’obiettivo sui suoi tre figli, ancora bambini, fotografandoli durante le giornate trascorse nella loro fattoria.

Le immagini, anche se spesso studiate e messe in posa, traggono spunto dalle loro consuete attività quotidiane: giocare, mangiare, dormire.

Sono immagini di una straordinaria bellezza visiva in cui momenti di vita ordinaria si fondono con l’occhio poetico e profondo della Mann andando a scavare oltre l’innocenza dei protagonisti.

Le immagini suscitarono molte polemiche a causa dell’esposizione dei tre bambini.

Infatti, venivano spesso fotografati nudi, in situazioni intime oppure in momenti di difficoltà, col naso insanguinato o il volto gonfio.

Negli anni ‘90 la Mann inizia ad usare la tecnica del collodio umido.

Si tratta di un antico metodo che pratica in maniera totalmente artigianale sensibilizzando e sviluppando le lastre nella sua camera oscura.

La tecnica del collodio sarà alla base di What remains, un corpus sul tema della morte e sul rapporto tra tempo e memoria, che comprende alcuni dei suoi lavori più profondi ed affascinanti.

L’autrice, attraverso il mezzo fotografico, va alla ricerca dei segni di vita, delle tracce lasciate dal nostro passaggio terrestre.

Di questo corpus fanno parte:

  • Battlefields, lavoro in cui sono protagonisti i paesaggi del sud, luoghi che sono stati teatro di sanguinose battaglie durante la guerra civile americana. 
    Le immagini, di grande formato, sono cupe, misteriose, enigmatiche, spesso di difficile identificazione.
Battlefields, 2003, S. Mann
  • Body Farm, opera in cui la Mann ci costringe a guardare la morte da vicino attraverso le fotografie dei cadaveri in decomposizione.
    Questi corpi, donati all’Università del Tennessee per studi forensi, vengono lasciati in un bosco recintato e affidati alla decomposizione naturale.
    In questo modo è possibile studiarne i cambiamenti a seconda del tempo e del variare delle condizioni atmosferiche.
Body Farm, 2000

Tra le sue opere più recenti troviamo Proud Flesh un lavoro che ha come protagonista suo marito Larry, affetto da distrofia muscolare, ed i lenti cambiamenti fisici che lo coinvolgono.

La Mann si avvicina al corpo nudo e vulnerabile del suo compagno di vita in maniera delicata ed allo stesso tempo cruda facendoci vedere da vicino gli effetti della malattia, la fragilità della vita.

Realizzate principalmente in bianco e nero con una macchina di grande formato 8×10, le immagini della Mann sono cariche di mistero, di significati simbolici, oscure, affascinanti metafore della vita.

Ubi Amor, ibi Oculus Est: Titolo dell’ottavo capitolo della sua autobiografia “Hold Still: A Memoir With Photographs”


Se ti è piaciuto questo articolo su Sally Mann, continua a seguirci!

A breve uscirà un nuovo articolo su uno dei suoi scatti iconici.

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