Paul Nicklen è un fotografo e biologo marino canadese, nato e cresciuto in una delle poche famiglie non Inuit in un piccolo insediamento sull’isola di Baffin, nel Nunavut.
Trascorre però la sua infanzia con il popolo Inuit, nel paesaggio artico, così che la sua pratica fotografica nella natura si evolve senza una formale formazione accademica.
Dalla cultura Inuit ha ereditato pazienza, capacità di resistenza al freddo estremo e un rispetto per la natura, come filosofia di vita e di visione del mondo.
Nicklen ha in seguito studiato biologia e ha iniziato la sua carriera come ricercatore scientifico nel Territorio del Nordovest, raccogliendo dati su linci, grizzly e orsi polari.
Solo in un secondo momento ha affiancato alla ricerca la fotografia, trovando nel mezzo visivo uno strumento capace di raggiungere il pubblico in modo che i dati scientifici non potevano.
È diventato fotografo per National Geographic nei primi anni Novanta, e da allora ha completato oltre venti reportage per la rivista.
Nel 2019 è stato il più giovane fotografo ad essere introdotto nell’International Photography Hall of Fame.
“I started with a 100-400mm, then a 24-70mm, and finally a 16-35mm, and before you know it, I’m zooming out to 16mm to photograph this bear in his environment, and that’s the ultimate. But that was after eight weeks of sitting there waiting, waiting, and waiting. The animal had probably been watching me, smelling me, hearing the clicks of my camera … it’s just not that surprised.”
La foca leopardo

Nicklen, tra le altre cose, è un provetto sub, e molte tra le sue foto sono state scattate sott’acqua, nelle acque artiche e antartiche.
Tra i molti incontri con la fauna, quello con una foca leopardo femmina in Antartide, nel 2006, ha assunto col tempo una dimensione quasi leggendaria.
La foca leopardo è tra i più grandi predatori per dimensioni nelle acque antartiche, e la sua reputazione era quella di una creatura aggressiva e pericolosa.
Quando Nicklen si immerge nelle acque gelate per fotografarla, si trova di fronte un animale di quasi quattro metri che lo avvicina con movenze che interpreta come aggressive.
“When you get in the water with a wild animal, you’re essentially giving yourself to that animal because, as humans, we’re quite helpless and vulnerable in the water. You’re at the seal’s mercy. You’re at the predator’s mercy.”
La foca, invece, inizia a portargli pinguini, ancora vivi, spingendoli verso l’obiettivo della sua macchina fotografica come se stesse cercando di nutrirlo.
Per quattro giorni consecutivi ripete questo gesto, mostrandosi via via sempre più agitata dall’incapacità di Nicklen di accettare le sue offerte.
La serie fotografica che nasce da questo incontro vince il World Press Photo nel 2007, nella categoria Nature.
Ciò che queste immagini sembrano suggerire va oltre la documentazione naturalistica, mostrano un comportamento animale complesso, inatteso, che mette in discussione le categorie con cui interpretiamo la natura selvatica e i suoi abitanti.
I poli e l’urgenza del cambiamento climatico
La pratica fotografica di Nicklen è quasi interamente dedicata agli ecosistemi polari e marini.
Le sue fotografie mostrano orsi polari, narvali, trichechi, beluga, foche, pinguini, in condizioni ambientali estreme che pochissimi fotografi hanno mai affrontato.
Paul Nicklen ha inoltre sviluppato nel corso degli anni una tecnica di immersione subacquea che gli consente di operare sotto il ghiaccio artico e antartico, in acque che a volte vanno sotto gli zero gradi, così che il fotografo riesce a raggiungere soggetti e ambienti che altrimenti resterebbero invisibili al pubblico.
Lo stesso Nicklen ci tiene a sottolineare che usa la bellezza delle sue fotografie per ricordare la fragilità dei paesaggi polari, che sono tra i più minacciati dai cambiamenti climatici.

“If we are going to succeed in conservation, we need to reach people emotionally. We need to break down the walls of apathy.”
Anche lui aveva iniziato a lavorare come ricercatore, per poi capire che la rappresentazione visiva di quello che stava studiando era una testimonianza che il dato scientifico da solo non riesce a trasmettere.
Come ha dichiarato Nicklen, raggiungere le persone sul piano emotivo è una condizione necessaria per generare cambiamento reale: la scienza informa, ma sono le immagini a rompere i muri dell’apatia.
SeaLegacy e la fotografia come strumento di conservazione
Nel 2014, Nicklen cofonda SeaLegacy, insieme alla fotografa e conservazionista Cristina Mittermeier, un’organizzazione non profit dedicata alla conservazione degli oceani attraverso lo storytelling visivo.
SeaLegacy è una realtà che si configura come uno spazio dove si incontrano fotografia, comunicazione e advocacy, convergendo verso un obiettivo comune, ovvero generare consapevolezza pubblica e pressione politica a favore della protezione degli ecosistemi marini.
Il modello proposto da SeaLegacy rappresenta un’evoluzione consapevole nella riflessione su cosa può fare la fotografia al di là della sua funzione documentaria.
“An image teaches you something about a scientific process or an issue. We see that all the time, but that’s not what drives real change. What creates change in the world is emotional connection.”
Se la tradizione del fotogiornalismo ambientale aveva sempre separato il momento della testimonianza da quello dell’azione politica, Nicklen e Mittermeier costruiscono un’organizzazione dove questi due momenti sono inseparabili.

Paul Nicklen: La fotografia come atto etico
La pratica di Paul Nicklen pone quindi una domanda che attraversa tutta la fotografia ambientale contemporanea.
A cosa serve documentare la bellezza e la fragilità di un ecosistema se questa documentazione non produce cambiamento?
Nicklen risponde rinunciando alla neutralità che tradizionalmente si attribuisce al fotografo documentarista.
Le sue fotografie non sono neutre, ma sono costruite con l’intenzione esplicita di generare un legame emotivo fra lo spettatore e i soggetti ritratti, di indurre chi guarda a identificarsi con la vulnerabilità degli animali fotografati.
Questa scelta non è priva di rischi.
La fotografia di conservazione, quando costruita esplicitamente attorno alla connessione emotiva, sembra avvicinarsi pericolosamente alla propaganda, rinunciando a quella complessità che tradizionalmente distingue il documentario dall’attivismo.
Tuttavia, la pratica di Nicklen sembra interrogare se questa distinzione abbia ancora senso nel contesto dell’urgenza climatica.
Forse la complessità, in certi momenti storici, è un lusso che la fotografia ambientale non può permettersi.
Attenzione! Le fotografie di Nicklen nascono da decenni di esperienza come biologo marino e da una formazione specialistica nel campo delle immersioni in acque polari.
Approcciare animali selvatici in questi ambienti richiede competenze tecniche e scientifiche specifiche.
Per approfondire:
- https://www.nationalgeographic.com/adventure/article/140311-paul-nicklenleopard-seal-photographer-viral
- https://www.nationalgeographic.com/adventure/article/cristina-mittermeier-paulnicklen-photographers-scientists
- https://petapixel.com/2023/01/08/paul-nicklen-using-photography-forconservation/
- https://aboutphotography.blog/blog/reverence-by-paulnicklen






