Storytelling: “Fiorire in quarantena” di Erika Pezzoli

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Storytelling “Fiorire in quarantena”

Quasi primavera 2020


In tanti giorni di quarantena si sono susseguite un sacco di sensazioni.

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Calma.

Quella calma ovattata, che non è davvero calma, sai che sta per succedere qualcosa.

Poi inquietudine.

Poi le pareti di casa hanno cominciato a starmi strette, in un modo frustrante.

Ho guardato la libreria e ho affidato a loro, i libri, il compito di farmi vedere una strada nuova. Sta funzionando. Forse.

In famiglia siamo in tre: io, Mattia (il mio compagno), Jackie (il nostro cane)

Lui lavora, praticamente i vari decreti hanno lasciato i suoi orari invariati.

Così mi sono ritrovata di colpo a dover gestire le giornate da sola.

Non che prima non lo facessi, ma prima c’erano i nonni che venivano a trovarmi, c’era una cena a casa dei miei, un aperitivo con gli amici e tante altre cose che succedevano in gran parte fuori di casa, ma soprattutto con persone che non condividono il mio stesso tetto.

Jackie è stata un supporto fondamentale in questo.

I cani hanno bisogno di abitudini, profondamente.

Questo obbliga i proprietari a rimanere attaccati al mondo in cui sono, ne hanno la responsabilità, e tra una leccata alla faccia e una buca nuova in giardino ti fanno ridere, sempre.

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Mi sono inventata nuove attività da fare a casa e dintorni:

  • Leggo
  • Seguo corsi online
  • Faccio anche merende online con amici
  • Scrivo moltissimo, decisamente più di prima

E faccio foto, tante foto.

Ho delle abitudini nuove, un ritmo nuovo, più umano, più mio

Da anni tengo un diario fotografico della mia vita.

La mia lingua è quella dell’immagine, mi viene naturale prendere appunti con la macchina fotografica.

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Mattia non ha mai amato farsi fotografare, ma ormai non ci fa più caso, non si accorge neanche che giro con la macchina fotografica per casa.

Probabilmente gli sembrerebbe strano se non lo facessi.

Anche lui sta mettendo a frutto questo tempo in più che ha a disposizione.

La pallavolo è ferma, niente allenamenti. Niente partite al sabato sera.

Ha addirittura trovato il tempo di spostare il chiodo di un quadro che da due mesi gridava pietà. Ho proposto di farlo io, ma lui ha sempre detto che avrei trovato un modo creativo di farmi male.

Non mi sento di dargli torto.

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Fortunatamente è un cuoco decisamente più bravo di me, di tanto in tanto prova ricette nuove.

Ha anche provato a sistemare il giardino. Gli sarebbe anche riuscito se non avesse avuto un’assistente che trova divertente rotolarsi nella corteccia e spargerla ovunque meno che nell’aiuola.

I giorni vanno avanti così, con questa nuova forma, in cui in parte stiamo tutti sperimentando cose nuove.

Sono una di quelle persone abituate a guardare in faccia la realtà e che in qualche modo si ostina a vedere cosa ha di interessante da offrirci, obbligandosi a rimanere realista.

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Forse è questo. Per me. Un cambio di prospettiva.

In fin dei conti “tutto quello che è interessante sta al di fuori della tua confort zone”.

Fino a pochissimo tempo fa ero convinta che “confort zone” stesse per un luogo fisico, che rappresentasse la necessità di viaggiare e conoscere il mondo. Oggi credo che la “confort zone” sia anche e soprattutto uno spazio mentale…

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non è il luogo in cui ti trovi a farti crescere, è la tua voglia di metterti in gioco.

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