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Kenro Izu – Fotografare la spiritualità

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Kenro-Izu-fotografato-a-Pompei-insieme-al-suo-banco-ottico.-©Pompeiisites

Quando entri in certi luoghi lo senti.

C’è un carico di spiritualità, di mistero, di potenza che percepisci già avvicinandoti, oppure appena varchi la soglia.

Non mi lascio suggestionare facilmente, ma questo mi è davvero capitato quando andai all’Eremo di Camaldoli.

Ero lì per un workshop di Paolo Sodi.

Il punto di ritrovo era a Camaldoli, non all’Eremo, che si trova dieci minuti più in alto.

Io e un altro partecipante però ci siamo sbagliati, e siamo arrivati direttamente all’Eremo.

Era mattina presto e il luogo era immerso nella nebbia, con una pioggerellina leggera che aggiungeva un’aura quasi mistica.

La foresta intorno, le sagome dei bassi edifici sfumati in distanza, tutto contribuiva a rendere palpabile quell’atmosfera speciale.

L’articolo di oggi parla di Kenro Izu, fotografo di origine giapponese, che si è occupato di fotografare diversi luoghi spirituali nel mondo, soprattutto in Asia, dove la spiritualità è parte fondante della cultura di molte nazioni.

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Kenro Izu nasce a Osaka nel 1949, studia alla Nihon University College of Art di Tokyo per poi trasferirsi a New York nel 1972 per lavorare come assistente fotografo.

Solo due anni più tardi apre uno studio di still life per la fotografia commerciale, al quale affianca un progetto personale, per fotografare i luoghi sacri in tutto il mondo.

Izu sperimenta per prima la fotografia quando alle superiori usa il microscopio.

Lì, ha l’opportunità di osservare dettagli piccolissimi, dai quali si ispira per trovare il suo metodo di fotografare.

Ancora oggi sono affascinato dai dettagli, e penso che le piccole parti compongano l’immagine più grande. Riflettendoci, questo approccio viene forse da quei giorni giovanili in cui restavo incantato davanti ai microrganismi al microscopio. Oggi, su una scala più ampia, è lo stesso modo in cui guardo i miei soggetti: partire dai dettagli per arrivare a comporre l’immagine complessiva.

Mi vengono in mente i quadri come Las Meninas di Velázquez, in cui ogni dettaglio apparentemente marginale diventa essenziale per la visione complessiva.

Kenro Izu: Come scatta

©-Kenro-Izu_-Amritsar-_376_-India_-2009

Per Izu la fotografia non è principalmente una questione estetica, ma un’esperienza personale, intima.

Non gli interessa riprodurre ciò che è già stato fotografato mille volte, dalle stesse prospettive, magari da grandi maestri del passato.

Ciò che cerca è un’atmosfera, un istante in cui un luogo sacro vibra insieme con la sua sensibilità.

Non avrebbe senso per me ripetere le stesse immagini solo in termini estetici. Quello che cerco è un’atmosfera, un momento in cui il luogo sacro risuona con la mia sensibilità. Quando sento quella vibrazione, so che quella è la mia fotografia.

Per fare questo ha scelto uno strumento che impone lentezza e attenzione.

Non usa una fotocamera portatile, ma un banco ottico con lastre di 14×20 pollici, circa 36×51 centimetri.

Insieme alle lenti, ai negativi, al treppiede e a tutta l’attrezzatura, il peso supera facilmente i 130 chili.

Ancora oggi Izu preferisce questo mezzo, nonostante le possibilità delle fotocamere digitali.

La sua macchina, ingombrante e lenta, ha però una conseguenza preziosa.

Cambia il rapporto con i soggetti.

Li costringe a un tempo di posa e interazione lungo, dai 10 ai 30 minuti, un tempo quasi rituale, che secondo Izu lascia emergere qualcosa che altrimenti resterebbe nascosto.

“Non è certo uno strumento agile per scattare al volo o catturare l’espressione più spontanea. Ma proprio questa lentezza trasforma i miei ritratti in qualcosa di diverso: formali, solenni. All’inizio ero esitante a usarla per fotografare le persone, ma ho scoperto che in quei dieci, venti, a volte trenta minuti di posa, i soggetti cambiano. Le emozioni interiori affiorano e io posso osservarle trasformarsi. È un processo che mi affascina profondamente.

©-K.-Izu_-Kailash-_75_-Tibet_-2000

Il Buthan, la Felicità Interna Lorda

Tra i progetti più intensi di Kenro Izu ci sono Sacred Places I e II, India: Prayer Echoes e Bhutan: Sacred Within.

È proprio il Bhutan ad aver avuto un’influenza profonda sul fotografo giapponese, trasformandosi in un crocevia tra spiritualità, esperienza umana e ricerca fotografica.

In particolare, ciò che lo ha colpito è il concetto di Gross National Happiness (GNH), o felicità interna lorda.

Un indicatore alternativo e in parte antagonista al Prodotto Interno Lordo.

Mentre il PIL misura il benessere di un paese attraverso la crescita economica e la produttività, in Bhutan il punto di vista si capovolge, perché il GNH mette da parte la ricchezza materiale, mettendo la qualità della vita interiore al primo posto.

“Per me è stato un concetto illuminante. Quello che mi ha colpito è che non sono solo i re o le persone di alto rango a parlare di Gross National Happiness. Anche la popolazione comune ci crede davvero e cerca di praticarlo nella vita di tutti i giorni.

Il fotografo è tornato più volte in Bhutan, affascinato da una società in cui il sacro si intreccia con il quotidiano.

Ciò che lo colpisce non è soltanto la fede, che ha incontrato in molti altri paesi, ma il modo in cui essa permea la vita intera, dalle case ai campi, dalla scuola alla vita comunitaria.

Almeno dal mio punto di vista, incontrando la gente, ho visto che davvero cercano di vivere in questa direzione. È impressionante, perché il Bhutan non è certo un paese ricco secondo i parametri occidentali, eppure ho trovato persone che vivono in modo soddisfatto e felice. In sei anni di viaggi non ho mai incontrato un mendicante in tutto il paese.

Per Izu, il Bhutan non è quindi solo un luogo da fotografare, ma un laboratorio di senso.

Lì la lentezza del suo banco ottico, il tempo delle pose, l’attenzione al dettaglio, trovano una realtà naturale nello stile di vita dei suoi abitanti.

La fotografia diventa allora non soltanto documento, ma riflesso di un modo diverso di stare al mondo.

La sua filosofia fotografica

Per Izu la fotografia non si esaurisce nello scatto.

Non è solo un’immagine che resta sulla lastra, ma un processo che continua nel tempo.

Una volta condivisa, l’opera smette di appartenergli e diventa qualcosa che circola, che passa dalle sue mani a quelle del pubblico o delle persone ritratte.

Questo lo porta a guardare le sue fotografie con distacco, quasi come se fosse uno spettatore tra gli altri.

È un modo per riflettere, per imparare da ciò che ha già fatto e per trovare la direzione dei lavori successivi.

Quando condivido le mie fotografie con gli altri, smettono di essere “mie” e diventano semplicemente fotografie. È allora che riesco a guardarle con distacco, come uno spettatore tra gli spettatori. Questo mi aiuta a osservare, a riflettere e a pensare al passo successivo, nella mia vita e nella mia pratica fotografica.

Quando torna in Bhutan porta con sé alcune delle immagini realizzate nei viaggi precedenti e le mostra o le regala alle persone che aveva fotografato.

©-K.-Izu_-Varanasi_-January-2015

Questo momento di restituzione è diventato parte integrante del suo lavoro.

L’incontro con monaci e famiglie a cui consegna i ritratti gli ha fatto riscoprire il significato più profondo della fotografia.

Per lui non è soltanto un gesto creativo, ma un modo di comunicare, di costruire un legame e di aprire nuove strade per i progetti futuri.

“Di solito, quando ritorno in Bhutan, porto con me alcune delle fotografie che ho realizzato. Quando posso, le mostro o le regalo alle persone che ho fotografato, per avere un riscontro. Ho fatto questo follow-up con diversi monaci e famiglie: ho mostrato loro i ritratti e hanno apprezzato moltissimo, provando gioia e sorpresa. Per me è stato un momento prezioso, perché quel tipo di comunicazione tra fotografo e soggetto mi ha permesso di riscoprire il significato più profondo della fotografia.


E te? Sei mai stato in un luogo carico di un’aura spirituale? L’hai fotografato?

Citazioni adattate dalle interviste fatte dal Rubin Museum of Himalayan Art.

Interview with Kenro Izu:
Episode 1
Episode 2
Episode 3

Per Approfondire:
• Kenro Izu: A Photographer’s Footsteps
• Catalyst – Kenro Izu

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