Il selfie, l’io e l’altro

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Ti guardi e ti dici che senza dubbio sei qualcuno, che quello nello specchio sei tu. E sei tu. Però non c’è nessuno.
-Miguel Morey

Il paradigma dell’epoca ipermoderna in cui ci troviamo potrebbe essere, sotto certi aspetti, “faccio selfie, dunque sono”, ma c’è una precisazione doverosa da fare: il selfie non è memoria, ma messaggio.

Creiamo delle sorta di autobiografie in cui l’intero sistema narrativo è la
registrazione del proprio volto.

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Se pensiamo all’assioma di Roland Barthes “è stato” il selfie lo trasforma in “io ero lì”.

Diventa una sorta di certificato della nostra esistenza.

Il narcisismo e la vanità sono parte della natura umana, il selfie lavora come catalizzatore di queste caratteristiche, diventando un registratore di emozioni in grado di mostrarle al pubblico più o meno infinito di internet.

A questo sommiamo la possibilità di comunicare una reazione da parte di chi osserva, dell’altro:

Ecco che abbiamo creato una comunicazione, ecco come il selfie diventa messaggio, scambio

Anche nel selfie può esserci della sperimentazione, dell’introspezione, della seduzione, ma tutto sempre sulla grande piazza dei social network.

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Insisto nel dire che i selfie sono strettamente legati ai social non come una caratteristica negativa del fenomeno, ma a sottolineare come questo tipo di immagine abbia una natura, una radice, molto diversa dagli scatti analogici che abbiamo tutti nelle scatole in cima agli armadi.

Quelle fotografie sono legate al ricordo, alla memoria; queste invece sono pratica quotidiana.

Nel mondo femminile il selfie ha creato una sorta di rivoluzione, dando l’illusione di libertà dell’immagine della donna, emancipata nel potersi mostrare come meglio crede, ma nella realtà si ritrova soggetta a nuovi standard di bellezza e di comunicazione, tanto nella forma quanto nel contenuto.

E sono standard martellanti, nella quotidianità dello smartphone in mano e il social preferito che ci suggerisce le nuove tendenze.

Una forte, fortissima inversione di tendenza però posso testimoniarla: in tutto questo sistema di modelli da seguire, di ideali da raggiungere, stanno aumentando le donne fotografe.

Al mio corso in università eravamo l’80%, 40 ragazze e 10 ragazzi.

Forse si sta andando verso un’emancipazione ancora embrionale, per entrambi i sessi, verso quella che potrebbe essere la costruzione di modelli propri sia estetici che di comunicazione.

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