Un album collettivo

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Gli album di famiglia possiamo considerarli reperti archeologici rispetto all’uso della fotografia odierna.

Innanzi tutto prevedono una corporeità delle immagini, concetto che il digitale ha reso non imprescindibile per l’esistenza di una fotografia, ma contengono anche una quantità di immagini estremamente ridotta rispetto alle cartelle sui nostri hard disk.

Tra le pagine di un album fotografico era facile trovare immagini che raccontassero di momenti felici e memorabili, scelti con cura.

Non c’era spazio per raccontare di un momento non positivo o non sufficientemente memorabile.

Non per caso infatti una percentuale importante di immagini contenute all’interno degli album di famiglia raccontano le vacanze.

La tendenza a raccontare solo eventi positivi è sopravvissuta al passaggio analogico-digitale, ma si è aggiunta anche una dimensione quotidiana e più intima, dove si sta facendo spazio anche la possibilità di raccontare delle disavventure.

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Queste biografie per immagini vengono continuamente aggiornate, arricchite, a tutte le ore ed in tutto il mondo, creando un continuum della narrazione, che se osservata da più lontano ci permette di vedere una radiografia della società nelle varie aree del mondo.

Il risultato finale è una grande memoria collettiva, accessibile a tutti e dalla quale ognuno è libero di estrarre i dati che ritiene più importanti o significativi.

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In questo senso vi è una ridefinizione obbligatoria dei confini tra il pubblico e il privato, che in parte non siamo più nemmeno noi a stabilire.

Un tempo non ci si preoccupava di capitare dentro l’album fotografico di qualcun altro perché eravamo sullo sfondo della foto che stava scattando ad un’altra persona.

Oggi ci poniamo il problema.

Un altro cambiamento rispetto all’album fotografico tradizionale è la necessità di avere in qualche modo un pubblico, qualcuno dall’altra parte che osservi e ci dica se le nostre foto piacciono o meno.

Non è ormai uso comune scattare fotografie che rimangano unicamente private, abbiamo bisogno dell’interazione con altre persone, certificando così che la fotografia sia a tutti gli effetti un linguaggio e per di più universale.

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